
Le storie degli altri, luoghi di incontro e dialogo
di Antonia Grasselli
Bologna Sette – Avvenire, domenica 26 luglio 2026
“Il mondo è fatto delle storie degli altri, forse e soprattutto di quelli che non conosciamo e che non abbiamo ancora avuto modo di incontrare”. Colum Mc Cann al Giubileo della comunicazione ricordava anche che gli insegnanti, i giornalisti e in generale i comunicatori sono in una posizione privilegiata per ascoltare, raccogliere e raccontare. Così è stato per me.
Come insegnante ho promosso progetti e percorsi didattici veri e propri ponti pensati per mettere in comunicazione mondi lontani e diversi: studenti italiani e ragazzi africani conosciuti tramite AVSI e il Sostegno a Distanza e in seguito giovani migranti accolti dalla cooperativa sociale Arca di Noè. Come giornalista ho scritto la storia di questa pluriennale avventura umana, perché così è stata per chi l’ha vissuta.
Nel libro “La vita davanti a me”, edito dalla Pendragon, i progetti scolastici, struttura organizzativa indispensabile, vengono descritti attraverso la voce dei loro protagonisti (studenti, insegnanti, operatori, ragazzi del sostegno a distanza, giovani migranti), ma soprattutto sono narrati come si addice ad una storia. È la storia di persone che conoscendosi sono riuscite a superare la distanza che esisteva tra di loro per condizione e provenienza.
“La distanza più breve tra di noi – scrive Mc Cann – non si misura in millimetri, né in centimetri: è una storia”. È attraverso le nostre storie (complesse, contraddittorie e profondamente umane) che possiamo connetterci e che le nostre vite si intrecciano.
L’educazione alla cittadinanza globale, oggi tanto richiamata, che si propone di eliminare i pregiudizi e fornire una conoscenza più ampia del mondo, non ha altra possibilità per essere efficace se non passare attraverso l’esperienza vissuta di una rete di relazioni. La prossimità che nasce apre ad una comprensione più profonda del mondo, andando oltre i limiti della sua visione geopolitica.
Anche se la questione migratoria era contemplata nel Progetto Africa fin dai suoi inizi, tuttavia fu necessario creare le premesse sul piano educativo e culturale per poterla affrontare direttamente. Il sostegno a distanza, il rapporto cresciuto nel tempo con dei coetanei sud sudanesi e ugandesi, l’incontro con quel mondo così diverso dal nostro e di cui loro ci avevano fornito le chiavi di accesso, erano riusciti a modificare il nostro punto di vista e a vincere i preconcetti che ci tenevano distanti. Con i progetti di Alternanza Scuola Lavoro (oggi PCTO) dell’ultimo periodo fu possibile formare al Liceo Fermi una classe “multietnica”, composta da studenti della scuola e un gruppo di richiedenti asilo provenienti dall’Africa occidentale, luogo di incontro, condivisione ed amicizia, in cui i contenuti disciplinari sono diventati occasione di un lavoro creativo, necessario per far nascere una cultura che si arricchisce continuamente delle specificità di ciascuno.
I progetti, anche quelli didattici, non nascono attorno ad un tavolo, ma come risposta ad avvenimenti della vita reale. Così essi possono cambiare la vita di chi li fa e per questo i loro risultati escono dai confini delle aule scolastiche. Le storie di Josephine e di Mamadou, che il libro descrive, sono il frutto di questi percorsi ma anche dei loro esiti inaspettati.
